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ZONE
UMIDE COSTRUITE PER IL TRATTAMENTO DI ACQUE REFLUE
Le zone umide naturali sono
state utilizzate per molti secoli per il trattamento delle acque
di scarico prodotte dagli insediamenti abitativi e da alcune attività
produttive. Nella maggior parte dei casi però le paludi venivano
utilizzate come una sorta di bacino di accumulo prima dello sversamento
nel corpo idrico recettore finale e non come veri e propri sistemi
di trattamento, con la conseguenza di ottenere irreversibili degradazioni
della loro qualità con scarichi incontrollati ed inesistenti valutazioni
sullimpatto provocato su di esse dalle acque inquinate. Culturalmente,
infatti, le zone umide sono state storicamente considerate come
malsane ed inadatte alla vita umana, e quindi, fino a quando la
visione antropocentrica ha prevalso, sono state letteralmente accantonate
anche dal mondo scientifico.
Negli ultimi trenta anni si è invece
assistito ad un netto aumento di interesse e ad un radicale cambiamento
nella loro considerazione (Williams 1990). Sono infatti stati identificati
gli svariati benefici forniti dalle aree umide tra cui la possibilità
di approvvigionamento di acqua (ricarica degli acquiferi, utilizzo
per acqua potabile e per irrigazione), la buona funzionalità per
il controllo idrico (casse di espansione per eventi alluvionali),
lo sfruttamento per attività di estrazione (cave di sabbia, di ghiaia
e di torba), lutilizzo delle piante in esse presenti (materie
prime per prodotti alimentari, cosmetici e farmaceutici, foraggio,
legname, produzione di carta e cartone, materiale per copertura,
fertilizzanti), la presenza di animali allo stato libero (volatili
acquatici migratori, fonte di abbeveramento per molte specie), la
presenza di pesci ed invertebrati (gamberi, granchi, ostriche, cozze,
vongole), la possibilità di utilizzo per produzioni integrate (ad
esempio piscicoltura abbinata alla coltivazione del riso), il controllo
dei fenomeni erosivi e di desertificazione e il grande contributo
alla biodiversità, la possibilità di utilizzo come fonti energetiche
(idroelettrica, solare, pompe di calore, produzione di gas e combustibili
liquidi e solidi), e infine le attività educative e ricreative (Mitsch
& Gosselink 1986, Sather et al 1990, Whigham & Brinson 1990).
Le zone umide naturali sono caratterizzate
da una estrema variabilità delle loro componenti funzionali, rendendo
virtualmente impossibile la previsione delle conseguenze dellapporto
di acque inquinate e la traslazione dei risultati da una zona geografica
allaltra. Sebbene si osservino significativi miglioramenti
nella qualità delle acque reflue durante il loro scorrimento in
zone umide naturali, non si può prevedere una precisa quantificazione
delle capacità di trattamento (Brix 1993). Su queste basi si sono
dunque sviluppate, a partire dalla metà degli anni 70, svariate
esperienze di utilizzo pianificato e ben controllato del potere
autodepurativo di alcune zone umide naturali per il raggiungimento
di precisi obbiettivi di qualità delle acque e, soprattutto, di
"ricostruzione" o "creazione" di sistemi umidi
studiati proprio per il trattamento di acque reflue. La tendenza
è infatti stata quella di preservare le aree naturali esistenti
e di progettare e costruire apposite aree umide per il trattamento
depurativo.
Lapplicazione
di sistemi naturali costruiti (Constructed Wetlands) per il trattamento
delle acque reflue rappresenta ormai una scelta ampiamente diffusa
nella maggior parte del mondo. Molteplici attività di ricerca sono
state effettuate da Università ed Enti inglesi, danesi, tedeschi,
statunitensi, austriaci, francesi, ecc., che da circa quindici anni
hanno approntato sperimentazioni su impianti pilota e in scala reale
e quindi individuati modelli e cinetiche di processo, utilizzando
i dati ottenuti nei monitoraggi, che tengono conto delle condizioni
climatiche delle aree dintervento, delle diverse tipologie
di refluo trattate e delle scelte impiantistiche adottate.
Le aree umide artificiali
offrono infatti un maggior grado di controllo, permettendo una precisa
valutazione della loro efficacia sulla base della conoscenza della
natura del substrato, delle tipologie vegetali e dei percorsi idraulici.
Oltre a ciò le zone umide artificiali offrono vantaggi addizionali
rispetto a quelle naturali, come ad esempio la scelta del sito,
la flessibilità nelle scelte di dimensionamento e nelle geometrie,
e, più importante di tutto, il controllo dei flussi idraulici e
dei tempi di ritenzione.
In questi sistemi
gli inquinanti sono rimossi da una combinazione di processi chimici,
fisici e biologici, tra cui sedimentazione, precipitazione, adsorbimento,
assimilazione da parte delle piante e attività microbica sono le
maggiormente efficaci (Brix 1993).
Alcune zone umide
naturali sono ancora utilizzate per il trattamento di acque reflue
(Kadlec & Tilton 1979, Chan et al 1982, Olson 1993) ma, al momento,
risulta decisamente più diffuso ed efficace in tutto il mondo luso
di zone artificiali (Reddy & Smith 1987, Hammer 1989a, Cooper
& Findlater 1990, Moshiri 1993, Bavor & Mitchell 1992, Kadlec
& Brix 1995, Kadlec & Knight 1996, Vymazal et al. 1998).
I sistemi di trattamento
di acque inquinante mediante aree umide artificiali, nel nostro
paese comunemente definiti impianti
di "fitodepurazione", sono
sistemi ingegnerizzati
che sono stati progettati e costruiti per riprodurre i naturali
processi autodepurativi in un ambiente maggiormente controllabile.
La prima esperienza
di questo tipo risale al 1952, anno in cui Seidel iniziò una serie
di sperimentazioni al Max Planck Institute di Plon (Seidel 1955).
Ci sono voluti circa venti anni di ricerche per arrivare nel 1977
al primo impianto di fitodepurazione in scala reale, costruito a
Othfresen in Germania per il trattamento dei reflui urbani (Kickuth
1977).
In Italia solo da
pochi anni sono stati realizzati sistemi naturali costruiti per
la depurazione di acque reflue, dimensionati applicando modelli
americani ed europei o, in alcuni casi, improvvisando; questo ha
creato da una parte nuove prospettive di approccio al problema della
depurazione delle acque, dallaltra ha generato alcune perplessità
causate da malfunzionamenti o basse efficienze, rispetto a quelle
stimate, di questo tipo di impianti.
Da indagini effettuate
su impianti realizzati in Italia, infatti, emerge da un lato lassenza
frequente di un approccio metodologico - scientifico in fase di
progettazione, dallaltro i dati di monitoraggio degli impianti
sono spesso scarsamente documentati e, quando presenti, risultano,
nella maggior parte dei casi, effettuati in modo saltuario.
In questo quadro risulta
maggiormente necessario, soprattutto durante le fasi di progettazione,
affrontare le scelte impiantistiche attraverso un approccio pluridisciplinare
(chimico, biologico, idraulico e paesaggista) evitando approssimazioni
e standardizzazioni.
Preso atto di ciò,
sarà quindi auspicabile, in un futuro prossimo, una maggiore attenzione
da parte dei committenti, sia pubblici che privati, e dei soggetti
gestori del ciclo delle acque nel verificare laffidabilità
delle scelte effettuate dai progettisti e un maggiore impegno rispetto
a fasi successive a quella della progettazione, riguardanti lavviamento
e il monitoraggio degli impianti.
Questultimo
passaggio risulta fondamentale per ottenere dati che potranno essere
comparati, elaborati ed infine utilizzati per calcolare nuove costanti
cinetiche di processo e per comprendere le dinamiche di funzionamento
indispensabili per la redazione di linee guida progettuali mirate
al bacino del Mediterraneo.
Una corretta valutazione
delle reali possibilità di applicazione delle tecniche di depurazione
naturale, sia per il trattamento "secondario" dei reflui
che per il trattamento avanzato degli effluenti di depuratori a
ciclo biologico ossidativo esistenti, che tenga conto di nuove dinamiche
di processo e quindi di nuovi criteri di dimensionamento, costituisce
lo strumento ideale per arrivare ad una precisa stima dei costi
di installazione, unitamente alla previsione dei costi di gestione
che risulta comunque strettamente legata a problematiche locali
e quindi di difficile generalizzazione.
Inoltre, in un quadro
normativo in corso di recepimento della Direttiva comunitaria 91/271
e di revisione degli standard qualitativi degli scarichi è necessario
tenere presente lesigenza, da un lato di garantire una maggiore
copertura del servizio depurativo, dallaltro di adeguare gli
impianti esistenti per il raggiungimento dei nuovi obiettivi attraverso
sistemi che non comportino oneri di investimento e di gestione elevati.
I sistemi di fitodepurazione,
come sarà successivamente illustrato, presentano requisiti tali
da rispondere a queste esigenze.
Daltra parte
è importante ricordare che nellapplicazione della Legge n.
36 del 5 gennaio 1994 al fine di garantire una buona qualità dei
servizi erogati, lAutorità di Ambito Territoriale Ottimale,
oltre a tenere presente parametri quali la qualità delle acque potabili,
il grado di copertura del servizio, le riduzioni delle perdite,
lefficienza degli impianti di trattamento, le tariffe, è necessario
operi in unottica di tutela della risorsa idrica in modo che
gli equilibri idrologici e degli ecosistemi acquatici non siano
danneggiati.
Infatti fra i principi generali
della suddetta legge si sottolineano concetti come: "qualsiasi
uso delle acque è effettuato salvaguardando le aspettative ed i
diritti delle generazioni future a fruire di un integro patrimonio
ambientale" (art. 1, comma 2) e "gli usi
delle acque sono indirizzati al risparmio e al rinnovo delle risorse
per non pregiudicarne il patrimonio idrico, la vivibilità dellambiente,
lagricoltura, la fauna e la flora acquatiche, i processi geomorfologici
e gli equilibri idrologici" (art. 1, comma 3).
In questottica
i sistemi di depurazione naturale, sia per il trattamento secondario
che terziario (finissaggio) dei reflui, rappresentano delle valide
soluzioni impiantistiche capaci, attraverso una gestione semplice
e poco onerosa, di ottime rese depurative (soprattutto per parametri
quali COD, BOD5, solidi sospesi e sedimentabili e Azoto)
con impatto ambientale e consumo energetico nettamente ridotti rispetto
ad altri sistemi depurativi.
I sistemi di depurazione
naturali delle acque reflue possono essere applicati a tipologie
di reflui molto differenziati tra loro, come indicato nella seguente
tabella, sia come trattamenti secondari che terziari (post-trattamenti).
| |
TIPOLOGIA REFLUO
|
| |
scarichi civili
|
| TRATTAMENTI SECONDARI |
scarichi misti
|
| E TERZIARI (o post-trattamenti) |
scarichi industriali
|
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percolati di discarica
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| |
acque di dilavamento di strade e
autostrade
|
Campi di
applicazione della fitodepurazione
I trattamenti terziari sono
generalmente applicati a reflui, precedentemente depurati con impianti
di tipo chimico-fisici e/o impianti ad ossidazione (impianti a fanghi
attivi, impianti a biomasse adese), le cui caratteristiche non soddisfano
i limiti imposti dalla normativa italiana ed europea. I loro principali
obiettivi sono infatti:
- abbattimento
del Fosforo
- abbattimento
dellAzoto
- abbattimento
di metalli pesanti
- abbattimento
di sostanze organiche che hanno tempi di biodegradabilità lenti
e necessitano quindi di tempi di ritenzione più lunghi
- assicurare
unazione di tampone agli eventuali malfunzionamenti degli
impianti tecnologici
- affinare
la qualità microbiologica e chimica dei reflui
Non
bisogna comunque dimenticare che in unottica di salvaguardia
della risorsa idrica, soprattutto nelle aree sensibili ai sensi
della Direttiva comunitaria 91/271, è indispensabile rendere compatibile
lo scarico con il corpo recettore e quindi non compromettere le
naturali capacità autodepurative del sistema naturale. In questottica
lapplicazione dei trattamenti terziari assume un ruolo di
fondamentale importanza.
Se poi si tiene conto delle reali
difficoltà operative-gestionali dei "tradizionali" impianti
di depurazione dovute alle variazioni, spesso consistenti, dei carichi
idraulici e organici che si verificano durante periodi di intense
precipitazioni e di flussi turistici, si comprende come i trattamenti
terziari possano giocare un ruolo di fasce tampone capaci di minimizzare
(ammortizzare) gli effetti negativi (riduzione rese depurative)
indotti da questi fattori.
Le tecniche di fitodepurazione
possono essere classificate in base alla prevalente forma di vita
delle macrofite che vi vengono utilizzate (Brix 1993):
- Sistemi a macrofite galleggianti
(Lemna, Giacinto dacqua,...);
- Sistemi a macrofite radicate
sommerse (Elodea,..);
- Sistemi a macrofite radicate
emergenti (Fragmiti, Tife, ecc.);
- Sistemi multistadio (combinazioni
delle tre classi precedenti tra loro o con interventi a bassa
tecnologia come, ad esempio, i lagunaggi o i filtri a sabbia).
I sistemi a macrofite radicate
emergenti possono subire una ulteriore classificazione dipendente
dal cammino idraulico delle acque reflue:
- Sistemi a flusso superficiale
(FWS: Free Water System);
- Sistemi a flusso sommerso
orizzontale (SFS-h o HF: Subsurface Flow System - horizontal);
- Sistemi a flusso sommerso
verticale (SFS-v o VF: Subsurface Flow System - vertical).
Per approfondimenti: TESTI
CONSIGLIATI
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